Diversità è stabilità. È una delle prime cose che ho imparato in ecologia un bel po’ di tempo fa. Poi nell’ultimo paio di settimane ho imparato alcune cose nuove, sui semi, e sono ancora un po’ sconcertata, ma anche (un po’) fiduciosa.

La FAO sostiene che ecosistemi sani sono essenziali per la resilienza e la produzione agricola, che deve essere sostenibile, capitalizzando sui processi biologici e coltivando senza compromettere il capitale naturale come la biodiversità.

Ho sentito recentemente parlare tanto della libertà di commercio delle sementi (vedi per es. su Ciboprossimo) e della protezione dei semi antichi; sono temi dibattuti e attualissimi che vedono contrapporre l’industria sementiera agli agricoltori. Ho scoperto che per vendere un seme è necessario che la varietà sia iscritta al catalogo europeo delle sementi e risponda a caratteristiche di distinzione, uniformità e stabilità (1). Sembra che delle 80.000 piante commestibili usate a scopo alimentare se ne coltivino ormai solo 150 e solo otto sono commercializzate in tutto il mondo. Ciò potrebbe portare all’irreversibile scomparsa della diversità dei semi e delle coltivazioni (2). Tuttavia a Bruxelles si sta discutendo dell’aggiornamento della legislazione corrente, ormai vecchia di oltre 50 anni e della possibilità di rendere legale la vendita di varietà locali, della legalizzazione dell’attività di scambio, della possibilità di produrre e vendere varietà adatte all’agricoltura biologica e con un livello di diversità maggiore di quello delle attuali varietà commerciali (1).

L’unione Europea stessa non è nuova a finanziare progetti di ricerca per lo studio e lo sviluppo della biodiversità, come in agricoltura il progetto Solibam, dove un consorzio di enti di ricerca (anche italiani!) sviluppa nuove strategie agricole testando le ipotesi che sviluppare la diversità è la migliore strategia con cui le coltivazioni di adattano a condizioni ambientali instabili, per aumentare i raccolti e la loro stabilità in sistemi biologici e a basso input.

Oltretutto l’esperienza recente degli agricoltori custodi in Italia ha dimostrato come la salvaguardia dei semi antichi e delle varietà locali ha anche dato un valore aggiunto ai prodotti finiti, promuovendone la commercializzazione. Tanta altra attività di ricerca va in questa stessa direzione, promuovendo la diversita’ e dimostrando come la sua tutela possa anche essere uno strumento per favorire l’adattamento ai cambiamenti climatici. Una recente pubblicazione (3) afferma che ci sono sempre più prove che la diversità di microrganismi e animali che vivono sottoterra contribuiscono significativamente alla biodiversità e al funzionamento dell’intero ecosistema suolo. D’altra parte, lo stesso autore aveva contribuito a uno studio precedente (4) in cui si confrontavano le catene alimentari presenti nel suolo in situazioni climatiche e di uso del suolo differenti: produzione di grano intensiva, produzione estensiva, e prato permanente. I dati raccolti portavano a concludere che l’uso intensivo del suolo riduce la diversità e l’abbondanza del biota, con conseguenze per i processi in cui il biota è coinvolto.

Mi sembra assurdo, pensando a quanta conoscenza storica e scientifica c’è dietro, ostacolare la diversità delle colture promuovendo invece l’uniformità. Basterebbe avere un pò di buon senso. Sono rimasta sconcertata quando ho approfondito il tema dei semi antichi e ho scoperto che solo i semi iscritti al catalogo si possono vendere. Ma vedere che ci sono iniziative a vari livelli, centrali e indipendenti e che forse c’è una via di uscita, mi ha ridato come dicevo, (un po’) di fiducia.

1. BOCCI, Riccardo. Seeds between freedom and rights. Scienze del Territorio, [S.l.], p. 107-122, Apr. 2014. ISSN 2284-242X. Available at: http://www.fupress.net/index.php/SdT/article/view/14326/13310. Date accessed: 27 Nov. 2014.

2. Commissione Internazionale per il Futuro dell’Alimentazione e dell’Agricoltura, 2006, MANIFESTO SUL FUTURO DEI SEMI

3 Bardgett RD, van der Putten WH (2014) Belowground biodiversity and ecosystem functioning. Nature 515(7528):505-511 doi:10.1038/nature13855

4. De Vries, F.T., E. Thébault, M. Liiri, K. Birkhofer, M.A. Tsiafouli, L. Bjørnlund, H. Bracht Jørgensen, M.V. Brady, S. Christensen, P.C. de Ruiter, T. d’Hertefeldt, J. Frouzk, K. Hedlund, L. Hemerik, W.H.G. Hol, S. Hotes, S.R. Mortimer, H. Setälä, S.P. Sgardelis, K. Uteseny, W.H. van der Putten, V. Wolters, and R.D. Bardgett, (2013), Soil food web properties explain ecosystem services across European land use systems. Proceedings of the National Academy of Sciences of the United States of America; 110 (35):14296-14301.

*Grazie a Ciboprossimo per la foto: https://ciboprossimo.wordpress.com/2014/07/31/biodiversita-in-ordine-alfabetico/

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