E’ passato un anno (quasi) dall’accordo di Parigi. C’è chi dice che è un buon accordo e chi no.E un altro meeting internazionale sui i cambiamenti climatici è appena terminato (Marrakech 7-18 nov). Grazie al fatto che al 5 ottobre l’accordo di Parigi era stato ratificato da oltre il 55% delle parti, è entrato in vigore proprio durante la conferenza di Marrackech.

Ovviamente, non perchè l’accordo entra in vigore ci potremo aspettare dei cambiamenti drastici dall’oggi al domani. Il clima sta cambiando a causa delle attività dell’uomo dell’ultimo paio di secoli. Ormai la soglia dei 400 ppm di CO2  in atmosfera è stata superata (permanentemente secondo gli scienziati del NOAA). Potrà esserci, in futuro qualche valore al di sotto dei 400ppm, ma ormai il superamento di questo valore “soglia” porterà, secondo la NASA Earth Observatory, ad un aumento della temperatura terrestre tra 0.6 e 0.9°C[1] .

Gli effetti dei cambiamenti climatici si fanno già sentire su tutti gli ecosistemi. Gli ecosistemi si stanno adattando.

Queste modifiche a livello ecosistemico influenzano già anche l’uomo, con raccolti e pescato non prevedibili in qualità e quantità, perdita di variabilità genetica e un aumento di malattie e agenti infestanti sulle piantagioni e sugli organismi. Inoltre i ricercatori sostengono che si stiano verificando anche altre dinamiche meno ovvie e ritengono sia essenziale comprendere al meglio questi fenomeni per poter mettere in atto adeguate strategie di salvaguardia e mitigazione[2].

Secondo il rapporto Explaining Ocean Warming gli oceani hanno assorbito il 93% del riscaldamento climatico, proteggendo la Terra dagli effetti devastanti che ne possono derivare. Tuttavia gli organismi oceanici hanno migrato verso acque più fredde 1.5 volte più velocemente della norma, e gli oceani mostrano una quantità allarmante di microorganismi nocivi, diminuendo le riserve di pesce e rendendo anche potenzialmente nocive le riserve di cibo e acqua e portando a fenomeni quali lo sbiancamento dei coralli[3].

Tra gli animali ad esempio, per le tartarughe la temperatura è il principale driver per la distribuzione delle diverse specie. Confrontando dati del tardo Cretaceo con quelli di un periodo precedente più caldo, un gruppo di ricercatori hanno mostrato che durante i periodi più caldi le tartarughe hanno vissuto nelle zone tropicali finchè c’era abbastanza acqua per sostenere le specie che vivevano in fiumi e mari. Tuttavia la velocità dell’innalzamento delle temperature attuale pone dei problemi di acclimatamento e adattamento per le tartarughe[4].

Un altro studio afferma che se anche si riuscisse a non fare innalzare la temperatura di 2°C rispetto ai valori preindustriali, le regioni Mediterranee vedranno degli enormi cambiamenti ambientali, soprattutto a causa della riduzione delle foreste e all’aumento delle zone desertiche. Gli autori, grazie a campioni di polline proveniente da sedimenti prelevati nell’area mediterranea e risalenti agli ultimi 10000 anni (Olocene), hanno ricostruito la variabilità del clima e degli ecosistemi; hanno successivamente confrontato questi dati con gli scenari dei modelli climatici futuri. Secondo i loro risultati solo un aumento della tempertura di 1,5°C permetterebbe agli ecosistemi mediterranei di rimanere invariati, mentre innalzamenti ulteriori porterebbero cambiamenti non confrontabili con quelli avvenuti durante l’Olocene[5].

Ci sono un paio di adattamenti che fanno sperare per il meglio. Gli alberi assorbono carbonio sotto forma di anidride carbonica (CO2) e supportano la vita producendo ossigeno:

-modifiche nella velocità di fotosintesi e respirazione hanno portato ad un immagazzinamento di carbonio superiore al previsto: l’aumento di CO2 atmosferica tra il 2002 e il 2014 ha indotto le piante a fotosintetizzare di più (e quindi produrre più ossigeno). Durante lo stesso periodo le temperature sono aumentate più lentamente, portando anche ad una diminuzione della respirazione (e quindi di produzione di CO2)[6];

-le foreste boreali situate alle latitudini settentrionali più estreme potrebbero un giorno agire come rifugio climatico per il pino nero del Canada. Uno studio ha esaminato 26000 alberi distribuiti in 583000 Km2 in Quebec e sembra che il 49° parallelo rappresenti il confine al di sopra del quale il pino nero beneficerà del riscaldamento climatico (nei tassi di crescita e nella lunghezza della stagione di crescita). Le foreste boreali rappresentano il 30% dell’area forestale del pianeta e immagazzinano circa il 20% del carbonio terrestre[7].

Allora cerchiamo di non essere cicale. E’ obbligatorio agire e per contrastare i cambiamenti climatici. Nel frattempo, gli ecosistemi si stanno adattando e dobbiamo adattarci anche noi.

[1]  Climate Central

[2] The Conversation

[3]  Science Alert

[4] Science Daily

[5] Inside climate news

[6] ABC News

[7] ScienceAlert

Un post dell’anno scorso su un tema simile: La lotta al cambiamento climatico passa anche dall’agricoltura (sostenibile)

Sui risultati del negoziato puoi leggere in italiano il resoconto di Italian Climate Network

Il clima ovviamente influenza l’agricoltura: rapporto FAO The State of Food and Agriculture 2016

Evento sull’agricoltura a COP22: Agriculture & Food Security Action Event COP22

Strumenti di Resilienza FAO: http://www.fao.org/resilience/home/en/

Strumenti di Resilienza World Bank: http://www.worldbank.org/en/topic/urbandevelopment/brief/resilient-cities-program

Alcuni esempi per contrastare i cambiamenti climatici (in inglese):

Cinque piccole città in azione

Cosa stanno facendo gli agricoltori africani

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